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    Bagudi Moderatore Membro dello Staff

    Agente Immobiliare
    La sentenza della Cassazione

    Coppie di fatto, “se la storia finisce il partner non si può cacciare”

    21 marzo 2013 - 19:06 - Cronaca,Società

    Più tutela per le coppie di fatto: anche se finisce il rapporto, il partner non può essere buttato fuori casa dall’oggi al domani anche se la casa è di proprietà dell’altro.
    Lo sottolinea la Cassazione con una sentenza della Seconda sezione civile depositata oggi.

    La Suprema Corte spiega che dal momento che “la famiglia di fatto è compresa tra le formazioni sociali che l’art. 2 della Costituzione considera la sede di svolgimento della personalità individuale, il convivente gode della casa familiare, di proprietà del compagno o della compagna, per soddisfare un interesse proprio, oltre che della coppia, sulla base di un titolo a contenuto e matrice personale la cui rilevanza sul piano della giuridicità è custodita dalla Costituzione, sì da assumere i connotati tipici della detenzione qualificata”.

    La Cassazione si è così pronunciata occupandosi del caso di una coppia di fatto della provincia di Roma il cui rapporto era naufragato. Ginaluca M. nel marzo 1998 aveva venduto l’immobile alla convivente Laura L.. L’uomo, ricostruisce la sentenza 7214, aveva continuato a frequentare la casa sia pernottandovi sia usandola come appoggio ad altro sottostante appartamento in cui esercitava la professione medica anche dopo la fine del rapporto. La donna lo aveva sbattuto fuori casa.

    La Cassazione dice che il convivente non è un “ospite” e che dunque non doveva essere messo alla porta all’improvviso.

    Ciò beninteso, precisa la Suprema Corte, “non significa pervenire ad un completo pareggiamento tra la convivenza more uxorio e il matrimonio, contrastante con la stessa volontà degli interessati, che hanno liberamente scelto di non vincolarsi con il matrimonio proprio per evitare le conseguenze legali che discendono dal coniugio”.
    Detto questo, la Cassazione dice chiaramente che “questa distinzione non comporta che, in una unione libera che tuttavia abbia assunto, per durata, stabilità, esclusività e contribuzione, i caratteri di comunità familiare, il rapporto del soggetto con la casa destinata ad abitazione comune, ma di proprietà dell’altro convivente, si fondi su un titolo giuridicamente irrilevante quale l’ospitalità, anziché sul negozio a contenuto personale alla base della scelta di vivere insieme e di instaurare un consorzio familiare, come tale anche socialmente riconoscibile”.
     

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